Biografie della Resistenza Romana          

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Giorgio Labò

Studente di architettura, di 28 anni. Nato a Modena il 29 maggio 1919 da Mario e da Enrica Morpurgo. Durante la guerra era sergente del genio minatori. Dopo l'8 settembre del ‘43, combatté con i partigiani nella zona di Poggio Mirteto, con il nome di battaglia di "Lamberto", iniziando a mettere a frutto la conoscenza degli esplosivi maturata durante la militanza fra i minatori: fu opera sua l'ordigno esplosivo che il 19 settembre fece saltare in aria un treno carico di munizioni. A Roma, organizzò insieme a Gianfranco Mattei la "santabarbara" dei Gap comunisti, in via Giulia 25bis, in casa di Gino Mangiavacchi. Per quattro mesi confezionò esplosivi ed apparecchiature elettriche studiate di volta in volta in vista delle azioni di guerriglia, spesso partecipando di persona agli attentati. Per la fabbricazione degli ordigni andava alla ricerca dei materiali più strani; una volta attraversò a piedi l'intera città portando sei spezzoni d'aeroplano in una borsa della spesa. Il primo febbraio del ‘44 fu sorpreso dalle SS nel laboratorio di esplosivi insieme a Mattei, su delazione della spia Giovani Amidei, e rinchiuso nel carcere di via Tasso, nella cella n. 31. Fu tenuto legato mani e piedi per diciotto giorni. Nonostante le torture, negò ogni responsabilità. Condannato senza processo alla pena capitale, fu fucilato il 7 marzo sugli spalti di Forte Bravetta. Medaglia d'oro al valor militare.

 

Antonio Lalli

Partigiano, di 41 anni. Nato a Perugia il 10 maggio 1902 da Luigi. Sposato con Ersilia Carucci, aveva un figlio (Luigi). Dopo l’armistizio, entrò nella Resistenza aderendo al movimento di Bandiera Rossa. Arrestato, fu rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Condannato a morte dal Tribunale militare di guerra tedesco, fu fucilato sugli spalti di Forte Bravetta il 4 marzo del '44.

 

Epimenio Liberi

Commerciante, di 23 anni. Nato a Popoli (Pescara) il 16 luglio 1920 da Gaetano e da Teresa Delfini. Sposato con Giovanna, ebbe tre figli. Partecipò alla seconda guerra mondiale con il grado di sergente. Di sentimenti antifascisti, l'8 settembre del '43 partecipò ai combattimenti di Porta S. Paolo per la difesa di Roma. Dopo la caduta della città, aderì al Partito d'Azione, aggregandosi alle bande partigiane del "Monte Soratte". Fu arrestato dai tedeschi sotto Natale, il 20 dicembre, mentre la moglie era in attesa del terzo bambino. Tradotto nel carcere di via Tasso e torturato, il 14 gennaio del '44 fu trasferito al terzo braccio di Regina Coeli, nella cella n. 382. Qui strinse amicizia con don Giuseppe Morosini, che scrisse per il nascituro una celebre "Ninna Nanna per soprano e pianoforte". Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo.

 

Carlo Lizzani

Regista cinematografico. Nato a Roma nel 1922. Studente universitario, durante la Guerra di liberazione fu attivo nella Resistenza romana, tra i dirigenti del Comitato studentesco di agitazione. Il 29 gennaio del '44 guidò la manifestazione di giovani che si sarebbe conclusa con l'uccisione, da parte dei militi fascisti, dello studente Massimo Gizzio. Membro del PCI, collaboratore delle riviste "Cinema" e "Bianco e nero", nell'immediato dopoguerra si inserì nel filone del neorealismo italiano, esordendo come attore in un film di Aldo Vergano ("II sole sorge ancora"), lavorando poi come aiuto-regista di Giuseppe De Sanctis, Roberto Rossellini, Alberto Lattuada, e infine come regista. Il suo primo film ("Achtung banditi!"), un lavoro sulla Resistenza genovese realizzato nel 1951 con pochi mezzi finanziari per una cooperativa di antifascisti, ottenne un caloroso successo iscrivendosi tra i più riusciti di quegli anni. Tra i suoi film successivi, sono da ricordare "Ai margini della metropoli" (1953); "Cronache di poveri amanti" (1955), dal noto romanzo di Vasco Pratolini sui primi anni del fascismo a Firenze; "Lo svitato" (1958); "Esterina" (1960); "Il Gobbo" (1961), su alcuni aspetti della Resistenza romana; "L'oro di Roma" (1963), sulla razzia degli ebrei durante l'occupazione tedesca della Capitale; "Il processo di Verona" (1964), sul noto processo intentato nella repubblica di Salò contro Galeazzo Ciano e gli altri gerarchi dissidenti; "La vita agra" (1965), tratto dal racconto autobiografico di Luciano Bianciardi; "Svegliati e uccidi" (1966); "Requiescant" (1967); "Banditi a Milano" (1968); "Crazy Joe" (1973); "Mussolini ultimo atto" (1974), sulle ultime ore del dittatore fascista; "Storia di vita e di malavita" (1975).

 

Lucio Lombardo Radice

Docente. Nato a Catania il 10 luglio del 1916. Di famiglia antifascista, aderente al movimento liberalsocialista, e poi militante nell'organizzazione comunista clandestina, svolse attività politica a Roma, dove la sua casa era luogo di incontro di studenti e intellettuali avversi alla dittatura. Arrestato nel 1939 e deferito al Tribunale Speciale, nel 1940 fu condannato a 4 anni di reclusione. Riacquistata la libertà nel '43, riprese la lotta. Il 25 aprile del '43, in occasione della festività pasquale, fu tra gli organizzatori di una riuscita manifestazione contro la guerra in Piazza San Pietro. Dopo l'armistizio partecipò alla Resistenza romana. Nel dopoguerra divenne membro del Comitato centrale del PCI, e docente di matematica all'Istituto "Guido Castelnuovo" dell'Università di Roma. Studioso di pedagogia, nel 1955 fu nominato condirettore della rivista "Riforma della Scuola". Autore di saggi politici e scientifici, tra le sue opere principali si ricordano: "Fascismo e anticomunismo" (Torino 1946); "L'uomo del Rinascimento" (Roma 1958); "L'educazione della mente" (Roma 1962); "Gli accusati" (Bari 1972, vincitore del Premio Viareggio).

 

Giuseppe Lo Presti

Dottore in legge. Nato a Roma il 31 maggio del 1919. Laureato in giurisprudenza. Sottotenente dell'esercito, nel '40 partecipò alle operazioni belliche sul Fronte occidentale. Militante socialista, dopo l'armistizio prese parte alla Guerra di liberazione e fu tra gli organizzatori della Resistenza romana. Il PSI gli affidò il compito di dirigere la VI Zona, comprendente i quartieri Appio Esquilino e Celio. Catturato il 13 marzo del '44 a Roma, fu lungamente torturato nel Comando tedesco di via Tasso. Resiste stoicamente alle sevizie, salvando la vita a numerosi suoi compagni. Dieci giorni dopo l'arresto fu ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del '44. Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

 

Roberto Lordi

Generale di brigata aerea in congedo, di 49 anni. Nato a Napoli l'11 aprile 1894 da Gregorio e da Rosina D'Antona. Sposato con Livia Boglione, ebbe un figlio, Roberto. Studiò al collegio dell'Annunziatella. Durante la prima guerra mondiale combatté come ufficiale dell'artiglieria di montagna, distinguendosi nelle battaglie dell'Isonzo e del Piave e guadagnando diverse decorazioni al valor militare. Laureatosi in ingegneria aeronautica al Politecnico di Torino, dal '23 prestò servizio in Libia come comandante dei bombardieri veloci dello "Stormo di ferro". Nel '27 realizzò il primo lancio collettivo di paracadutisti e l’anno dopo fu tra i protagonisti del raid Roma-Torino-Londra. Primo nel mondo sorvolò in aereo il massiccio del Tibesti, identificando la misteriosa oasi di Cufra. Nel '33 fu inviato in Cina, a capo di una missione militare. Qui conobbe il generale Chang-Kai-Schek, conquistando la sua fiducia, tanto da diventare capo di Stato Maggiore dell'aeronautica cinese e ottenere una serie di commesse per l'Italia, che però vennero gestite in maniera superficiale. La relazione negativa che spedì a Mussolini gli attirò l'avversione delle alte sfere militari, che nel '35 ne chiesero il rimpatrio e poi il collocamento a riposo. Per sopravvivere fu assunto, insieme all'amico Sabato Martelli Castaldi, al polverificio Stacchini di Roma. L'8 settembre del ’43 accorse a Porta San Paolo a combattere contro i tedeschi. Pur sofferente di cuore, entrò nella Resistenza e, quando il polverificio fu requisito dai tedeschi, sottrasse ingenti quantità di esplosivo per le bande partigiane della zona. Ospitò nella propria villa di Genzano ufficiali e civili ricercati dalle SS e organizzò formazioni armate sui Monti Prenestini ed intorno ad Alatri, in contatto radio con le truppe alleate. Quando il 7 gennaio del '44 il proprietario dello stabilimento fu arrestato, insieme a Martelli si presentò spontaneamente al comando tedesco. Rinchiuso nel carcere di via Tasso (cella n. 1) e torturato più volte, non rivelò il nome dei compagni di lotta. Fu fucilato il 24 marzo alle Fosse Ardeatine. Prima che la scarica lo abbattesse, gridò "Viva l’Italia". Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

 

Pietro Lungaro

 

Umberto Lusena

Maggiore, di 39 anni. Nato a Livorno il 20 settembre 1904 da Leonardo e da Susanna Giuliani. Ebreo, fu legionario fiumano all'età di sedici anni, e dopo aver frequentato l'Accademia militare di Modena diventò ufficiale di carriera. Nominato maggiore di fanteria, l'8 e il 9 settembre del '43, al comando del IV battaglione arditi paracadutisti del 183° Reggimento "Nembo", si oppose all'avanzata su Roma di una colonna di tedeschi rinforzata da mezzi corazzati, salvando la bandiera del battaglione. Dopo la battaglia, occultò ingenti quantitativi di armi e passò alla lotta clandestina, nelle file del Fronte militare clandestino di Montezemolo. Arrestato su delazione nel febbraio del '44 e rinchiuso in via Tasso, fu torturato, ma non tradì i compagni. Trasferito nel carcere di Regina Coeli, il 24 marzo fu fucilato alle Fosse Ardeatine. Medaglia d'oro al valore militare alla memoria.

 

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