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Campagna di Jugoslavia

pallanimred.gif (323 byte) 1941-1943: i regimi d'occupazione italiani in Jugoslavia

a cura di Teodoro Sala

L'attenzione si rivolge qui al solo caso organicamente studiato della Slovenia annessa (3 maggio 1941) dopo il disfacimento della vecchia Jugoslavia sotto l'urto delle armate tedesche, italiane e degli alleati minori ungheresi e bulgari. Altro spazio dovrebbe essere dedicato alla sorte pressoché analoga della Dalmazia, degli altri territori croati e del Montenegro.

In Slovenia (attribuita all'Italia quella che diviene la "provincia" di Lubiana, incamerata dalla Germania oltre la metà, quella più ricca, del paese) l'azione repressiva - per limitarci a questo aspetto - contro i partigiani e contro la popolazione civile, considerata in gran parte connivente, fu affidata alle autorità civili, impersonate nell'Alto Commissariato, e soprattutto al nostro XI Corpo d'armata. Durante l'estate-autunno del 1942 i militari condussero l'intervento più massiccio e capillare (ma non decisivo) che mise a ferro e fuoco l'intera provincia: una linea d'azione che può essere letta correlandola col comportamento simile assunto dai tedeschi nel territorio di loro competenza. Dove, però, a differenza degli italiani, diedero avvio ad un programma di rapida germanizzazione.

Nomi gentili quelli dati ai due cicli operativi: Enzian (genziana) quello adottato dai tedeschi per l'attacco condotto nella stessa estate nel 1942, Primavera fu chiamata la campagna italiana.

Per il caso tedesco cito quanto scrive lo storico sloveno Ferenc che più puntualmente ha studiato il periodo:
"L'offensiva si svolse con una violenza terrificante, poiché gli occupanti tedeschi vi fucilarono molti ostaggi, come d'altronde in tutto il periodo dell'occupazione, incendiarono e rasero al suolo undici villaggi in cui fucilarono gli uomini dai quindici anni in su, e cacciarono i rimanenti abitanti in campo di concentramento, assegnando però i bambini a speciali campi di "rieducazione" (13)".

Nel caso italiano la proporzione fra alcune cifre dà il quadro dei risultati raggiunti. Le premesse stavano nelle direttive emanate dagli alti comandi il 7 luglio 1942:
"Saranno passati per le armi tutti gli uomini validi trovati nella zona di combattimento; resta chiarito che ugual sorte toccherà a chiunque non della zona venga trovato sul posto. Contadini, lavoratori e uomini validi in genere, trovati in zone abbandonate da ribelli in fuga, debbono essere fucilati perché, non potendo essere giustificata la loro presenza debbono essere considerati sbandati o dispersi" (14).

Fra gennaio e dicembre del 1942 il Corpo d'armata italiano, tra ufficiali e truppa, ebbe 678 caduti e 111 dispersi, 1114 feriti (15). Nel solo periodo compreso tra il 16 luglio e la fine d'agosto dello stesso anno i partigiani (stimati in circa 5.000 operanti allora nella "provincia" che contava pressappoco 340.000 abitanti) ebbero, secondo i comandi italiani, 1.053 caduti e 1.383 catturati (16). Ma i fucilati sul posto furono 1.236. Il generale Robotti, comandante del Corpo d'armata "esigeva il massacro anche dei prigionieri feriti. Perciò in Slovenia non ci furono scambi di prigionieri e feriti, come invece avveniva in altre province jugoslave" (17).

Nel periodo aprile 1942 - gennaio 1943 l'uccisione di ostaggi, 145, superò di quasi tre volte le esecuzioni capitali, 51, decise dai tribunali militari. Non si parla qui dei danni materiali inferti, dei centri abitati dati alle fiamme. "Questa popolazione non ci amerà mai" ebbe a dichiarare Mussolini: 25.000 sloveni (oltre il 7% dei residenti nella "provincia"), nel periodo dell'occupazione, furono deportati nei campi d'internamento italiani.

Un ulteriore processo di imbarbarimento dilagava nel cuore stesso d'Europa.

Tra il 1942 e il 1943 la rivolta travalicò il vecchio confine statale italiano e si estese ben dentro le provincie di Trieste e Gorizia lambendo anche quella di Udine. Più lentamente il fenomeno si manifestò in Istria con l'infiltrazione della guerriglia croata (ma la mobilità partigiana non conosceva compartimenti stagni). Molto prima dello sbarco alleato in Sicilia nasceva per l'Italia un secondo fronte al confine orientale dove, nello stillicidio della guerriglia, rimasero immobilizzate ingenti forze militari.

La Venezia Giulia era stata gettata nel baratro balcanico fin da quando fu deciso nell'aprile del 1941 di porre a Fiume il comando della II Armata, la grande unità (comprendeva anche l'XI Corpo) che fino al 1943 avrebbe dovuto assicurare un contrastato controllo sull'intero spazio tra la Slovenia e il Montenegro.

La nota del marzo 1943 del Comando supremo, prevedendo l'abbandono alla Germania della supremazia in Adriatico, prefigurava inevitabilmente il destino delle regioni nordorientali italiane. Non per caso l'occupazione tedesca della Venezia Giulia e la creazione dell'Adriatisches Küstenland che comprendeva anche il Friuli e, significativamente, l'ex "provincia" di Lubiana, nell'ultima fase della guerra, rappresentarono la cerniera più importante di raccordo tra la Germania e la penisola balcanica.

 

NOTE

13 - Tone Ferenc, La provincia "italiana" di Lubiana. Documenti 1941- 1942, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, Udine, 1994, p. 472 n. Si tratta della ricerca fondamentale sulla Slovenia occupata: riproduce 107 documenti di provenienza italiana. L'edizione originale è stata pubblicata a Lubiana nel 1988. torna su

14 - Ferenc, La provincia "italiana" ... cit., pp. 468-69. E' il doc. n. 88, Verbale della riunione presso il Comandante dell'XI Corpo d'armata del 7 luglio 1942.torna su

15 - Ferenc, ibid., p. 117.torna su

16 - Cuzzi, op. cit., pp. 228-229. torna su

17 - Ferenc, op. cit., p. 121. torna su


(saggio tratto da 1904-1947. Mezzo secolo di storie italo-balcaniche, di Teodoro Sala, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli e Venezia Giulia)






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