Resistenza, campo di lotta per la memoria
di Enrico Manera
La lotta che si sta verificando a
livello mediatico per il dominio della memoria è sotto gli occhi di tutti. Chi si
riconosce nell'eredità della Resistenza non può fare a meno di notare quel sottile
revisionismo che si è insidiosamente infiltrato nel tessuto sociale, chissà da quanto.
Oggi, enti locali egemonizzati da Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega possono mettere
in discussione le celebrazioni del 25 aprile e promuovere attività culturali legate alla
memoria del regime fascista, contribuendo al consolidamento di un'identità eversiva
rispetto ai fondamenti della Repubblica.
Mai come ora sembra esserci bisogno di un richiamo forte alle radici democratiche e dunque
resistenziali dell'Italia. Il Paese sta vivendo una rimozione collettiva del senso del
proprio passato fascista e di un dopoguerra in cui il portato ideologico di destra non si
è mai estinto, rivitalizzato dalla guerra fredda e dalla caduta del muro di Berlino. La
campagna per la riscoperta dell'identità della Repubblica che il presidente Ciampi
conduce appare già «in difesa» e rischia di venire depotenziata proprio dal suo aspetto
celebrativo ufficiale, incapace di fare veramente breccia sulle giovani generazioni.
La specifica questione italiana va inquadrata in un più generale momento storico e
culturale in cui il ricordo vivo appare in declino. E con esso, il riconoscimento
identitario individuale e collettivo che ogni memoria porta con sé. Nella tarda
modernità la gestione della memoria culturale si fa problematica: l'abuso dei mass media
e dei sistemi di memorizzazione esterna, connessi ai new media, ha portato a compimento un
processo di cesura del rapporto vivo con il ricordo, iniziato secondo Platone con
l'invenzione della scrittura. I testimoni diretti delle guerre e delle tragedie del
Novecento stanno scomparendo o sono troppo vecchi e stanchi per incidere veramente sul
senso comune di una società che non ha alcuna intenzione di ascoltarli. In Italia i loro
figli hanno dimenticato cosa vogliono dire il fascismo, la deportazione, la guerra, i
campi di sterminio, la fame e i loro nipoti sembrano non immaginarlo neppure.
Che la memoria fondi l'identità è un dato ormai assodato. Il sociologo francese Maurice
Halbwachs, allievo di Bergson e di Durkheim, morto nel 1945 a Buchenwald, nel suo La
memoria collettiva (1950) ha prodotto una riflessione sul valore della condivisione della
cultura come struttura connettiva di una società. Halbawachs interpreta la memoria come
un fenomeno sociale. La memoria individuale si struttura in una persona, in virtù della
sua partecipazione ai processi comunicativi che avvengono all'interno di «quadri
sociali». Questi rendono disponibile e stabile il ricordo sotto forma di figure (eventi,
persone, luoghi) che vengono trasposte in teorie, nozioni e simboli in grado di creare
un'immagine del mondo e di orientare l'azione di un individuo. Siamo quello che
ricordiamo, come singoli e come collettività; per guardare al domani, nell'oggi, bisogna
trovare lo ieri nel ricordo. Il processo di costituzione della cultura del ricordo in
riferimento al passato coincide con la formazione dell'identità collettiva in quanto
«noi», come hanno specificato successivamente Georges Gurvitch e Gérard Namer.
La memoria culturale alimenta così la tradizione e la comunicazione, ma non si risolve in
essa e nel fare questo rende possibili rotture, conflitti e innovazioni. Quando nel
presente si ha la mancanza di quadri di riferimento al passato, si ha l'oblio di un dato
culturale che coincide con mutamenti di senso che avvengono in modo strisciante e
inavvertito.
Oggi la ricerca di fondazione dell'identità passa attraverso un bisogno di memoria
costretto a fare i conti con rapporti sociali, comunicativi, economici spesso strumentali.
Si assiste così alla proliferazione di tradizioni «inventate», caratterizzate da un
alto livello di simulazione per la costruzione a tavolino di determinati modelli
antropologici, sociali, statuali. Tutto ciò è evidente nel revisionismo storico,
espressione ideologica della destra, che si rivela altamente funzionale a un uso pubblico
della storia volto a legittimare aspetti del presente mediante il riferimento a un passato
dalle caratteristiche fondazionali.
L'aspetto totalitario dell'ideologia si consolida non grazie al suo grado di verità ma
alla sua capacità di semplificare la realtà e di mantenere una coerenza interna nella
presunzione di possederla, con il ricorso a slogan e stereotipi. La memoria pubblica è da
sempre strumento nelle mani delle classi dirigenti per il consolidamento del consenso e
per la propria autolegittimazione; il mito e il simbolo, momenti operativi del ricordo,
vengono tecnicizzati e strumentalizzati in base a strategie di dominio della memoria per
la costruzione di specifiche identità. Quando espressioni come «sotto il fascismo non si
stava poi così male», «i partigiani erano assassini e terroristi», «i ragazzi di
Salò avevano dei valori e credevano nella patria» diventano senso comune, i libri di
storia diventano «sbagliati». Essere al governo, disporre di intellettuali e operatori
culturali conniventi, possedere il monopolio televisivo ed editoriale da questo punto di
vista può essere di un certo vantaggio per riscrivere il passato, controllare il presente
e determinare il futuro.