la Repubblica, 12 aprile 2001

Dove va la nave Italia
"Terra incognita" un saggio di Lucio Caracciolo

di Paolo Rumiz

L'Italia? Una bella zattera, piena di vita a bordo, traboccante di
inventiva, ma senza puntonave, sempre in attesa di rotte decise da altre
capitanerie. Terra incognita, per molti versi; come nel titolo di
quest'ultimo libro di Lucio Caracciolo Laterza, pagg.115, lire 15.000 sulle
radici geopolitiche della crisi nazionale. Incognita nel senso che a guardar
bene nemmeno gli italiani sanno dire cosa sia e a che cosa serva l'Italia.
Non lo sanno fare nemmeno ora che la fine del mondo bipolare ha liberato la
Penisola dalla sua funzione di semiprotettorato americano e quindi da un
senso strategico attribuito da altri.
Ma quale assenza di consapevolezza impedisce al Paese di valutare il suo
straordinario potenziale nell'Europa e nel Mediterraneo? Perché, proprio ora
che possiamo muoverci liberamente, continuiamo a cercare alla cieca senza la
percezione di un interesse nazionale, in bilico fra bisogni di
ammodernamento e riflussi di regime, fra rischi di secessioni e la fuga in
un nuovo protettorato, in un'Europa vista come madre salvatrice dai vizi di
casa nostra?
Difficile saperlo senza prendere atto di una realtà. La cosiddetta Prima
repubblica non è affatto finita e la Seconda non è mai nata. L'America non
finanzia più la Dc e Mosca ha abbandonato i «compagni», ma la voglia di una
nuova tutela esterna e il vizio del veccho consociativismo restano in
agguato. E' come se transitassimo su un guado che non finisce mai e che,
durando così a lungo, può sempre risucchiarci indietro. In pochissimo tempo
tutto ci è crollato intorno, in un'epocale reazione a catena: cessato di
esistere il Grande Nemico, depotenziati i vincoli atlantici, spenti i fari
delle grandi appartenenze politiche, disintegrate le rendite di posizione
per conto terzi, risucchiati i vecchi leader nel gorgo di Tangentopoli,
uccisi Falcone e Borsellino. Eppure è come se nulla fosse accaduto.
Persino la Lega, forza barbarica, inizialmente rivoluzionaria e
destabilizzatrice, straordinario sensore del nuovo male del Nord, appare
alla fine un gioco illusionistico, una scialuppa di salvataggio per la
vecchia Italietta dissipatrice che guarda alle istituzioni con sfiducia
cronica e alla nazione con orgoglio zero.
Ma l'effetto Fatamorgana sembra raggiungere la sua perfezione con la nascita
di Forza Italia dalle ceneri di Craxi, quasi in un gioco di prestigio
mediatico. Sdoganati gli ex fascisti, sembra la nascita di un bipolarismo
compiuto. Invece, è la frammentazione, la polverizzazione dei partitini,
l'illanguidirsi del laicismo risorgimentale, il riemergere delle Madonne
pellegrine, la voglia matta di un ritorno al proporzionale, l'affollarsi
sintetizza Caracciolo di «tanti partiti in poco Stato».
E allora ecco che il Paese vede un'altra via d'uscita: Maastricht. E' di
nuovo la ricerca di un vincolo esterno che ci imponga col rigore della
Bundesbank ciò che da soli non riusciamo a imporci: bloccare la dissipazione
di Stato, il massacro dei conti pubblici.
E' l'intuizione che, in questa scommessa, la debole coscienza nazionale può
diventare un vantaggio. Può farci accettare, in nome dell'Europa, sacrifici
pesantissimi. La scommessa riesce, con Amato, Ciampi e infine con Prodi:
l'Italia riaggancia la moneta unica. Parigi e Berlino non credono ai loro
occhi. Faticano a capire che noi accettiamo per necessità ciò che per loro è
una scelta. Non sanno che l'Italia cerca l'Europa non perché le somiglia, ma
proprio perché le è diversa.
Ma la nuova geopolitica del caos che emerge dalla fine del mondo bipolare ci
obbliga a un brusco risveglio. L'esplosione della Bosnia e poi del Kosovo
sbriciolano l'illusione di una «relativa irresponsabilità internazionale»
dell'Italia. Da un giorno all'altro, senza sapere bene perché, la guerra ci
entra in casa, diventiamo portaerei americana nei bombardamenti sulla
Jugoslavia. E quelle bombe, più che l'adozione di una strategia, diventano
la presa d'atto di una decisione subita, la percezione di un fallimento come
italiani ed europei. Lo sbando di una regione che non abbiamo saputo aiutare
prima e meglio. E' così che «ci affacciamo al nuovo secolo più soli e meno
rilevanti di dieci anni fa».
Sapremo imporci autonomamente un imperativo categorico nazionale, un vincolo
interno, in assenza di uomini della provvidenza o di protettorati esterni?
E' la domanda finale di Caracciolo. Una domanda che ci spinge oltre la
geopolitica. Nell'antropologia. L'Homo italicus è davvero riformabile? E, se
la risposta è negativa, perché?

 

archivio rassegna home