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I
terroristi

Bin Laden, il padrino del terrore e
la sua guerra
di Robert Fisk
LA PRIMA volta che incontrai Osama Bin Laden in Afghanistan era una calda ed umida
notte dell'estate del 1996. Grandi insetti volavano nell'aria notturna e si posavano sulle
sue vesti saudite o sulle uniformi dei suoi seguaci armati. Atterravano sulle pagine del
mio blocco d'appunti, e svolazzavano fino a quando li colpivo, e il loro sangue macchiava
le mie pagine. Bin Laden era come sempre molto educato. Lo avevo già incontrato in Sudan
e più tardi, circa un anno dopo, avrei passato una notte in uno dei suoi accampamenti di
montagna. Faceva un tale freddo che mi svegliai con ghiaccio fra i capelli. Ogni volta che
ci incontravamo, egli interrompeva le nostre interviste per recitare le preghiere, con i
suoi seguaci armati, che venivano dall'Algeria, dall'Egitto, dagli stati arabi del Golfo,
dalla Siria, che si inginocchiavano accanto a lui, pendendo da ogni parola che mi diceva
come se fosse un messia. Il 20 marzo 1997 lo incontrai di nuovo. Sebbene all'epoca avesse
solo 41 anni, la sua lunga barba perfettamente pettinata mostrava già molti peli bianchi,
e aveva profonde occhiaie. Mi accorsi di una lieve infermità, una rigidità della gamba
che gli conferiva una leggerissima zoppia. "Non sono contro il popolo americano - mi
disse - soltanto contro il loro governo". Avevo già sentito spesso queste parole in
Medio Oriente. Gli risposi che il popolo americano ritiene che il suo governo lo
rappresenti. Bin Laden mi ascoltò in silenzio. "Siamo appena all'inizio della nostra
azione militare contro gli Stati Uniti", aggiunse. Mi sono ricordato delle sue parole
mentre la settimana scorsa guardavo alla televisione gli aerei schiantarsi contro le torri
del World Trade Center. E mi sono anche ricordato di come, durante il nostro ultimo
incontro, si fosse impadronito di alcuni giornali in arabo che portavo nel mio tascapane,
una vecchia borsa che uso nei paesi difficili nei quali mi reco, e si fosse precipitato in
un angolo della tenda per leggerli. Gli occorsero venti minuti, durante i quali ignorò
completamente sia i suoi soldati che me. Sebbene sia un saudita, non era nemmeno a
conoscenza del fatto che il ministro degli Esteri iraniano aveva fatto visita alla
capitale Riyad. Mi chiesi: "Ma come? Non ha nemmeno una radio?". Ma era davvero
lui il padrino del terrore mondiale? Sia l'amministrazione degli Stati Uniti che la
rivista Time gli hanno dato questa qualifica. Ho pensato che gli sarebbe abbastanza
piaciuto, così come la ricompensa di cinque milioni di dollari che l'amministrazione
americana aveva messo come taglia. Ma essendo egli stesso un ultra miliardario, Bin Laden
si sarebbe probabilmente offeso di una ricompensa così esigua stampata sui manifesti con
la scritta "Wanted" e la sua immagine. I Bin Laden sono una famiglia che opera
nel settore edilizio, rispettata nella nativa Arabia Saudita, sebbene le loro radici
affondino nella frontiera con lo Yemen. La famiglia onora il suo giovane erede che, dopo
l'invasione sovietica in Afganistan nel 1979, prese i suoi seguaci e le sue
apparecchiature per costruire le strade e li condusse nel vulcanico paesaggio afgano dai
capi tribali, per aiutarli a combattere l'Occidente. Questo perché per un Saudita i Russi
sono Occidentali, e le loro incursioni nell'Afghanistan islamico erano un gesto di
corruzione eretica. Pagò di tasca sua affinché migliaia di giovani arabi musulmani
potessero seguirlo. Arrivarono dall'Algeria, dall'Egitto e dal Golfo Arabico, dalla Siria.
Molti di essi sono morti come martiri in feroci battaglie, fatti a pezzi dalle mine,
amputati dai colpi delle mitragliatrici montate sugli elicotteri Hind sovietici che
sorvolavano i villaggi del Panshir. La prima volta che ci incontrammo, convinsi Bin Laden,
sebbene fosse riluttante, a parlare di quei giorni lontani. Ed egli raccontò di come,
durante un attacco ad una base russa non molto lontana da Jalalabad, una cartuccia di
mortaio fosse caduta ai suoi piedi. Attese che esplodesse. In quei millesimi di secondo di
pura razionalità, egli disse di aver provato un grande senso di tranquillità, una
sensazione di calma e di accettazione che gli derivava da Dio. La cartuccia non esplose.
Persino i russi vennero a sapere di quanta stima godesse Bin Laden nella resistenza
afgana. Nel 1993 mi trovavo a Mosca e conobbi un funzionario sovietico che era stato
incaricato di liquidare Bin Laden. "E' un uomo pericoloso" mi confidò. A
quell'epoca, ovviamente, gli americani lo amavano, gli fornivano armi, non immaginando mai
che nel giro di soli due decenni anch'essi si sarebbero augurati la sua morte. Bin Laden
mi confidò una volta di non aver mai incontrato un solo agente americano durante la
guerra contro i russi, e di non aver mai accettato una pallottola dall'Occidente. Ma i
suoi bulldozer e le sue scavatrici hanno scavato intere superstrade attraverso le montagne
affinché i "mujahedin" potessero portare i loro missili contraerei Blowpipe di
fabbricazione inglese sufficientemente in alto sulle montagne per colpire i Mig sovietici.
Anni dopo, uno dei suoi seguaci armati mi condusse sulla "strada Bin Laden", una
terribile odissea di due ore, lungo fangosi pendii scoscesi, il parabrezza che si
annebbiava sempre più a mano a mano che salivamo sulle fredde montagne. "E' tutto
facile, se credi nella jihad, la guerra santa", mi disse l'uomo armato, mentre
lottava con lo sterzo, mentre le pietre saettavano via dai pneumatici, e rimbalzavano
verso il basso per poi sparire nelle nuvole sottostanti. Ogni tanto, eravamo nel 1997,
alcune luci ci abbagliavano da lontano nell'oscurità. "I nostri fratelli ci fanno
capire che sanno che siamo qui", mi informò il mio autista. Occorsero altre due ore
prima di raggiungere il vecchio accampamento di guerra di Bin Laden, la jeep che scivolava
all'indietro verso le rocce appuntite, i fari che illuminavano cascate ghiacciate davanti
a noi. "Un fuoristrada Toyota è perfetto per la jiahd", disse sorridendo l'uomo
di Bin Laden. Fui pienamente d'accordo. Non ho mai sentito Bin Laden dire qualcosa di
scherzoso. Gli Stati Uniti lo considerano come il peggiore terrorista del mondo, come io
gli dissi. Ed egli mi rispose: "Se chiamano terrorismo liberare la mia terra, allora
è un grande onore per me". Mi disse che non c'è una grande differenza fra il
governo americano e quello israeliano, fra l'esercito americano e l'esercito israeliano.
Ma l'Europa, specialmente la Francia, stava iniziando ad allontanarsi dagli americani.
Egli disprezzava la politica francese nei confronti dell'Africa del nord, e sebbene non
abbia mai citato l'Algeria, il nome di quello stato aleggiò fra di noi come un fantasma.
Bin Laden mi fece vedere un poster pachistano che proclamava il sostegno dei religiosi
pachistani alla sua "guerra santa" contro gli americani. Mi mostrò anche delle
fotografie a colori dei graffiti che sui muri di Karachi chiedevano l'uscita delle truppe
americane dall'Arabia Saudita il paese dei "due luoghi santi" (la Mecca e
Medina). Mi raccontò di aver ricevuto alcuni mesi prima un emissario della famiglia reale
saudita che gli aveva fatto una proposta: la sua cittadinanza saudita, toltagli su
pressioni da Washington, gli sarebbe stata restituita insieme ad un nuovo passaporto e a
due miliardi di riyals sauditi (39 miliardi di dollari) per sé e per la sua famiglia se
avesse lasciato la jihad e fosse tornato in Arabia Saudita. L'offerta era stata respinta
da lui e dalla sua famiglia. A quel tempo Bin Laden aveva tre mogli, la più anziana delle
quali era la madre del suo brillante figlio sedicenne, Bon Omar, mentre la più giovane
era adolescente. Mi condussero un altro suo figlio, Saad, perché potessi conoscerlo.
Tutti vivevano con lui, insieme alle mogli e ai figli di altri mujahedin, in un campo di
raccolta fuori Jalalabad. Bin Laden mi invitò persino a visitare quelle surriscaldate,
umide, misere abitazioni in compagnia di uno dei suoi soldati egiziani.
Ovviamente le sue mogli, (la più giovane delle quali più tardi fece ritorno dalla sua
famiglia nel Golfo) non c'erano. «Quelle sono donne abituate a vivere fra le comodità»
disse il soldato egiziano. Il campo era protetto da teli di stoffa e da qualche rotolo di
filo spinato. Un fosso per lo scolo delle acque e tre distinte latrine erano state scavate
nel terreno, e in una di esse galleggiava una rana morta. Il suo giovane figlio
adolescente, seduto vicino a noi con un fucile in grembo, insistette affinché gli uomini
dell'intelligence egiziana visitassero il campo. «Ci sono persone in città che lavorano
per gli americani, disse, noi sappiamo chi sono e stiamo attenti». Un altro arabo mi
disse che non esisteva nessun altro paese per Bin Laden al di fuori dell'Afghanistan.
«Quando si trovava in Sudan, i sauditi cercarono di catturarlo con l'aiuto degli
yemeniti. Sappiamo che il governo francese aveva cercato di convincere il Sudan a
consegnarglielo, in quanto il Sudan aveva già consegnato loro un sudamericano. Gli
americani stavano esercitando pressioni sui francesi affinché si facessero consegnare Bin
Laden dal Sudan. Un gruppo arabo pagato dai sauditi cercò di ucciderlo, ma le sue guardie
del corpo reagirono e due rimasero ferite».
Bin Laden è un uomo alto e magro, che sovrasta i suoi compagni. Ha occhi scuri, vicini,
che mi guardarono duro mentre mi parlava del suo odio per la corruzione saudita. In
verità, nei miei lunghi discorsi con lui, in quella afosa notte piena di insetti, nel
1996, la conversazione si concentrò più sul regno saudita e sul suo apparato che sulle
sue considerazioni nei confronti dell'America. Mordicchiava un bastoncino di legno di
miswak, un'abitudine che lo accompagna in tutte le sue conversazioni. La storia, o meglio
la sua interpretazione della storia, era alla base di tutte le sue osservazioni. La data
centrale, quella intorno a cui tutto ruotava, era il 1990, l'anno in cui Saddam Hussein
aveva invaso il Kuwait. «Quando le truppe americane entrarono in Arabia Saudita, la terra
dei due luoghi sacri, ci fu una incredibile protesta da parte degli ulema, le autorità
religiose, e da parte degli studenti della legge islamica in tutto in paese contro
l'interferenza dell'esercito americano. Fu un grande errore per il regime saudita invitare
l'esercito americano: questo rivelò il loro inganno. Avevano dato il loro sostegno ai
paesi che stavano lottando contro i musulmani. Hanno aiutato i comunisti dello yemen
contro i musulmani dello Yemen del sud, e stanno aiutando il regime di Yasser Arafat a
combattere Hamas. Dopo aver insultato e imprigionato gli ulema... il regime saudita ha
perso la sua legittimità». Bin Laden fece una pausa, come per controllare quanto fossi
stato attento alla sua minuziosa quanto spaventosa lezione di storia. «Noi musulmani
abbiamo un forte sentimento che ci lega... ci sentiamo vicini ai nostri fratelli in
Palestina e nel Libano».
«Quando 60 ebrei furono uccisi in Palestina (con gli attacchi suicidi del 1996), tutto il
mondo si unì in una sola settimana per criticare quelle bombe, mentre la morte di 600.000
bambini iracheni (per le sanzioni delle Nazioni Unite) non hanno ottenuto la medesima
reazione. L'aver ucciso quei bambini iracheni equivale ad una crociata contro l'Islam.
Noi, come musulmani, non amiamo il regime iracheno, ma pensiamo che il popolo iracheno e
il loro bambini siano nostri fratelli e il loro futuro ci preoccupa».
Ma infine fu l'America su cui Bin Laden concentrò l'attenzione. «Sono sicuro che prima o
poi gli americani lasceranno l'Arabia Saudita, e che la guerra dichiarata dall'America
contro il popolo saudita significhi guerra a tutti i musulmani, ovunque essi siano. La
resistenza contro l'America si andrà diffondendo in molti, moltissimi paesi musulmani. I
nostri fidati capi, gli ulema, ci hanno consegnato una "fatwa" e noi dobbiamo
scacciare gli americani. L'unica soluzione a questa crisi è il ritiro delle truppe
americane. La loro presenza militare è un insulto per il popolo saudita». In questi
giorni ho pensato molto a quest'ultima frase di Bin Laden. L'esercito americano è ancora
presente in Arabia Saudita. E ho pensato anche alla sua precedente osservazione, nel
luglio 1996, dopo che un camion bomba aveva ucciso diciannove americani, quando aveva
detto che quell'incidente segnava «l'inizio della guerra fra i musulmani e gli Stati
Uniti». E poi mi parlò con voce bassa e terribilmente fredda del suo odio per gli
occupanti americani.
Indubbiamente Bin Laden è intelligente. Ma la sua comprensione delle questioni estere è
decisamente strana. Ad un certo punto giunse persino a dirmi che i singoli stati americani
avrebbero potuto lasciare l'unione perché Washington sostiene Israele. La sua prospettiva
storica era profondamente inquietante. «Noi crediamo che Dio si sia servito della guerra
santa in Afghanistan per distruggere l'armata russa e l'Unione Sovietica. E' successo
sulla cima di questa stessa montagna dove ora siamo seduti, e ora chiediamo a Dio di
servirsi ancora una volta di noi per fare la stessa cosa con l'America, per ridurla ad
un'ombra di se stessa. Siamo anche certi che la nostra battaglia contro l'America sarà
molto più semplice della guerra contro l'Unione Sovietica, perché alcuni dei nostri
mujahedin che hanno combattuto in Afganistan parteciparono anche ad operazioni contro gli
americani in Somalia (durante le missioni delle Nazioni Unite) e furono impressionati nel
constatare il crollo del morale degli americani. Questo ci fece capire che l'America è
una tigre di carta». Mi raccontò anche che «rapide e leggere truppe che lavoravano in
grande segretezza» sarebbero state necessarie per far sloggiare gli americani dall'Arabia
Saudita. Poi, in soli due anni, Bin Laden avrebbe costruito il suo movimento Al Qaeda, e
avrebbe dichiarato guerra al popolo americano, non soltanto al governo e all'esercito
degli Stati Uniti. Sarebbe quindi seguito il quasi totale affondamento della Uss Cole nel
porto di Aden, con un azione kamikaze, e l'attacco con missili cruise alla vecchia base
della Cia che Bin Laden usava nel sud dell'Afghanistan. Ora cammina appoggiandosi ad un
bastone, un peggioramento del problema alla gamba che avevo notato quattro anni fa, e
parla ancora più lentamente. Ma è davvero in grado di comandare un esercito di soldati
suicidi dalle desolate montagne afgane? Una volta mi confessò di conoscere due dei tre
uomini giustiziati in Arabia Saudita per aver bombardato una base militare americana. Egli
desiderava veramente un governo ispirato alla legge della sharia in Arabia (credo proprio
che ci sarebbero molte più decapitazioni nell'ipotetico regime di Bin Laden), e voleva la
morte dei dittatori installati dagli americani.
Mi sono reso conto che quello, per molti milioni di arabi in Medio Oriente, è un
messaggio molto forte. Non c'è bisogno di istruzioni dirette di Bin Laden per formare un
piccolo gruppo di combattenti, decidere piccole azioni individuali. Bin Laden non ha
bisogno di pianificare i bombardamenti o di rovesciare i regimi. Basterebbe semplicemente
ascoltare una delle migliaia di cassette con la sua voce che circolano clandestinamente in
tutto il Medio Oriente. Ecco perché mi chiedo, sempre presumendo che Bin Laden sia
collegato al crimine contro l'umanità perpetrato negli Stati Uniti, se sia davvero
necessario essere a capo di una organizzazione paramilitare per compiere queste azioni.
Gli arabi sono già sufficientemente arrabbiati per tutte le ingiustizie di cui danno la
colpa agli americani, senza aver bisogno di ordini dall'Afghanistan. Sono già abbastanza
ispirati.
Mi sono anche chiesto, dopo aver visto le immagini di New York alla televisione, se anche
Bin Laden non si sia sorpreso come me nel vederle. Sempre ammesso che guardi la
televisione. O ascolti la radio. O legga un giornale.
copyright The Independent/la Repubblica
trad. Anna Bissanti
(la Repubblica, 20 settembre 2001)
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